Lavorare in ufficio: la difficoltà del passaggio di consegne

Carlottissima in redazione

Amici di Carlottissima!

Quante volte vi siete trovati a cambiare attività all’interno della vostra azienda?

A me è capitato diverse volte, un po’ a causa delle interruzioni della maternità, un po’ perché le aziende evolvono (quella in cui lavoro, tantissimo!) e ci chiedono di essere pronti al cambiamento.
A me piace, ve lo dico.

Da qualche giorno mi è stato chiesto di occuparmi di un’altra area della testata giornalistica in cui sono impiegata. In realtà, mi occupo già di una piccola sezione, ma dovrei aggiungere a questa quella nuova.

Sofia ed io

Sono entusiasta, mi piace l’idea di vedere delle cose diverse, amo la redazione e sto benissimo in questo contesto così fresco e dinamico.

Aggiungo che i miei colleghi sono fantastici, umanamente ricchissimi e professionalmente preparati, non potrei chiedere di meglio.

Ma
Già, perché purtroppo un “ma” c’è sempre.

“Cedere” un po’ del proprio lavoro ad altri non è sempre facile e magari chi se ne occupa lo vive come uno scippo, una diminutio, quasi un castigo, del tipo “non sei stato bravo” o, peggio, “hai lavorato male”.

Così non è, ovviamente.
Si tratta molto semplicemente di una nuova e magari più funzionale organizzazione del lavoro, che renda più fluida l’attività di un intero team, che migliori le performance riallocando i carichi di ciascuno.

La collega che mi sta facendo il passaggio di consegne è una stimata professionista, che conosco da lungo tempo, a cui sono affezionata e di cui riconosco esperienza e capacità, e mi spiace sentire il suo malessere, a qualunque motivo sia dovuto.

Penso che dovremmo tutti adottare una nuova forma mentis in cui l’obiettivo finale è sempre e solo il successo dell’azienda (o della testata, in questo caso), spersonalizzando, ove possibile, il nostro compito e ricordarci che il mondo del lavoro è mutato, richiede maggiore flessibilità, adattamento e disponibilità al cambiamento, senza mai rinunciare alla motivazione e alla determinazione a far bene, anzi a fare sempre il nostro meglio.

Massimo, io, Tatiana, Francesco

E pazienza se non sempre tutto va come vorremmo: a me personalmente, niente è andato come pensavo (speravo?), ma alla fine tutto è bene ciò che finisce bene.

Dedico queste poche righe a tutti i miei vicini di scrivania, Sofia, Francesco, Tatiana, Maria, Chiara, Massimo e nonostante tutto anche a Raffaella, perché ciascuno dà quello che può e va apprezzato anche questo.

Io e loro: Flora (Daniela) e Serena (Maria)

Voglio anche ricordare le mie due fatine, Maria e Daniela, a loro devo la fiducia e l’incoraggiamento che mi hanno consentito di arrivare sino a qui.
Qui dove?
Beh, per ora esattamente dov’ero anche prima, cioè al sesto piano del palazzo di Cologno Monzese, nella medesima penisola e con il medesimo pc.
Qualcuno, ben prima di me, diceva Panta Rei: lo dico anche io.

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